Alessandro Manzoni – I promessi sposi


A cura di Renzo Montagnoli

Sempre attuale
Croce e/o delizia di tanti studenti delle scuole superiori è indubbio che I promessi sposi, al di là dei suoi meriti, sia un’opera conosciuta proprio perché inserita nei programmi d’insegnamento scolastico. Ma perché studiarla, perché questa e non un’altra? Credo che il motivo risieda soprattutto nell’uso esemplare della nostra lingua, un italiano doc potrebbe dire qualcuno, e su questo fatto non ci sono dubbi, perché mai prima d’allora era stato scritto un romanzo avulso da inflessioni di idiomi locali, oppure con un ricorso così particolareggiato e preciso alla grammatica, con una certosina ricerca di termini che per l’appunto dovessero dare luogo a un lavoro impeccabile, un preciso riferimento per chi poi avesse voluto mettere nero su bianco le sue idee in un linguaggio comprensibile e scorrevole per ogni italiano, dal siciliano al piemontese.
Però, l’opera non presenta solo questa valenza, ma è meritevole di lettura e di studio anche per ben altro.
Benché la vicenda si svolga in Lombardia nella prima metà del XVII secolo, allorchè vi dominavano gli spagnoli, e la ricostruzione d’epoca, pur a fronte di un parto di fantasia, sia impeccabile grazie alle accurate ricerca d’archivio propedeutiche e quindi si possa parlare di un romanzo storico, le intenzioni del Manzoni andavano oltre questa storia di un amore fra due giovani tanto ostacolato da un potente. Sono dell’avviso, infatti, che in tal modo l’autore abbia voluto in effetti, camuffando l’epoca, proporre quella a lui contemporanea, fatta di prepotenze e di angherie praticate da chi deteneva il potere nei confronti dei più deboli. E per estensione, ma questo Manzoni non poteva saperlo,  finisce con il diventare la trama esempio di tutto ciò che si è sempre verificato e che sempre si verificherà: l’eterna lotta fra il Male e il Bene, il costante contrasto fra chi domina e chi è soggiogato, direi una caratteristica propria dell’umanità, e d’altronde non si spiegherebbe il perché ben pochi detengano la maggioranza assoluta della ricchezza e di conseguenza abbiano in mano le leve del potere.
Sebbene Manzoni abbia rilevato questa peculiarità, la sua religiosità finisce con il permeare il romanzo e senza perciò nemmeno ipotizzare una rivolta dei deboli per liberarsi dei forti fornisce una sua chiave di soluzione del problema di carattere del tutto cristiano, nel senso che occorre avere fede e così la divina provvidenza finirò per mettere a posto ogni cosa. L’esperienza insegna che non è sempre così, ma nulla toglie a questo pensiero, che si richiama altresì alla quasi sempre inascoltata parola del Cristo.
Un’altra caratteristica, che spesse sfugge, è data dal fatto che nel romanzo chi detiene il potere sovente è ben poco preparato per esercitarlo, anzi la capacità appare indifferente alla carica e la carica stessa, che non ha corrispondenti qualità, sembra così funzionare meglio, basandosi solo sull’autorità, sul fatto che si può fare ciò che gli altri non possono fare, gli altri che devono solo temere e stare a capo chino. Questo concetto verrà poi più compiutamente espresso in quel suo capolavoro che è La storia della colonna infame.
Inoltre, è rivoluzionario per l’epoca il fatto che i protagonisti, possiamo anche definirli i nostri eroi, cioè Renzo e Lucia, siano di umile ceto, cioè non appartengano ai nobili, fra i quali anzi spesso s’annidano i tiranni. Non è quindi una storia di principi azzurri, di cavalieri indomiti, ma è la vicenda del povero diavolo che, senza colpe, si scontra con qualche cosa di molto più grande di lui e questa è certamente una grossa novità in un panorama narrativo che tendeva invece a escludere la presenza preponderante di soggetti delle classe più debole.
Spero che queste indicazioni possano essere utili per chi è costretto a studiarlo, ma anche per chi ha voglia di dilettarsi a leggerlo e al riguardo assicuro che la prosa è molto snella, il ritmo azzeccato e che quindi è un piacere scorrere quelle pagine, dalla prima all’ultima, anche sapendo a priori come andrà a finire.
Se giudicarlo un capolavoro può sembrare eccessivo, mi permetto solo di ricordare che le sue caratteristiche sono tali da avere il dono dell’universalità, perché in fondo vicende come quella di Renzo e Lucia, sotto altra forma, sono consuetudine anche altrove e l’analisi dell’uomo in quanto tale è sottile ed oculata, ma posta al lettore in modo semplice e convincente.

Titolo: I Promessi sposi. Ediz. integrale
Autore: Alessandro Manzoni
Curato da: Ulivi F.
Editore: Newton Compton
Prezzo: € 8.00
Collana: Grandi tascabili economici
Data di Pubblicazione: Gennaio 2010
ISBN: 8854117862
ISBN-13: 9788854117860
Pagine: 608
Reparto: Narrativa > Narrativa classica

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785. Figlio del conte Pietro e di Giulia Beccaria, viene educato nei collegi dei padri Somaschi e Barnabiti, finché nel 1805 raggiunge la madre a Parigi, dove soggiorna fino al 1810 entrando in contatto con glii déologues repubblicani e stringendo amicizia con il filosofo Claude Fauriel. Nel 1808 si sposa con Enrichetta Blondel e due anni dopo, nel 1810, si converte al cattolicesimo. Seguono anni di intensa attività letteraria e di intensi contatti con gli ambienti del romanticismo milanese: ne nasce la poesia dei primi Inni sacri (1812-15) e delle odi politiche (Marzo 1821, 1848, e Il cinque maggio, 1821) e l’interesse per un rinnovato teatro tragico, svincolato dai canoni del classicismo (Il conte di Carmagnola, 1820, e Adelchi, 1822). Nel 1823, dopo un’ulteriore prova di poesia liturgica (Pentecoste, 1822), termina il Fermo e Lucia, prima e provvisoria stesura del romanzo storico a cui si era dedicato fin dal 1821 e che sarà pubblicato quattro anni più tardi con il titolo I promessi sposi (1827). A partire da questa data diminuisce la sua attenzione per i problemi letterari: gli anni trenta sono segnati da una lunga serie di lutti familiari (morte della moglie e di alcuni dei suoi dieci figli) e dalla lunga revisione linguistica del romanzo, la cosiddetta “risciacquatura dei panni in Arno”, avviata dal soggiorno fiorentino del 1827 e portata a termine nel 1840, con la pubblicazione a fascicoli dell’opera, integrata dall’appendice sulla Storia della colonna infame. Sempre più convinto dell’impossibilità di conciliare invenzione letteraria e adesione al “vero storico” (Del romanzo storico, 1850), negli anni successivi Manzoni, pur godendo di grande fortuna già presso i contemporanei, abbandona del tutto l’attività letteraria; nominato senatore a vita nel 1861, vota a favore della liberazione di Roma (1864) ed è presidente della Commissione parlamentare sull’unità linguistica. Nell’anniversario della sua morte, avvenuta a Milano nel 1873, Giuseppe Verdi compone e dirige la Messa da requiem.

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