Alberto Bevilacqua: Tu che mi ascolti


Citazioni tratte da: Tu che mi ascolti

“Oggi, forse, a questo mio figlio gli sto facendo gli occhi, e devo farglieli bene, di un azzurro che le donne dovranno ammirarlo, e con una vista capace di vedere il mondo anche in un mare di nebbia”. E mi concentravo sugli occhi tuoi che si stavano formando dentro di me, lo sentivo, ci avrei giurato, e ci mettevo tutta me stessa per farteli alla perfezione, con una forza profonda, perché con la forza dello sguardo avresti ammirato le primavere, ma anche affrontato le cose brutte e infami.

Entravo nella sua camera. Mi arrestavo sorpreso. Era là che si sfiorava i tratti del volto come se fosse riapparsa una persona cara dopo una lunga assenza, e la salutava in silenzio, toccandola per sincerarsi che fosse proprio la persona attesa. Infine la riconosceva, come un cieco legge con i polpastrelli un sentimento comune nelle linee di una fisionomia. Mi diceva, senza girarsi: «Sto bene. Mai stata meglio.»

L’umanità è povera cosa, pietose bestie da macello che aspettano soltanto di essere sbalordite, sia nel bene che nel male, ed è facile per un’intelligenza superiore che conosce gli artifici, sia del male che del bene, indurle a vedere ciò che vogliono vedere, compresa la morte, che è anch’essa un’illusione… Non è vero che l’umanità tende al paradiso, se vogliamo capire la vita. Il Paradiso non è che un pretesto per arrivar a sbalordirsi con l’enigma, il più perverso, della morte.”

“Un fiore ha la stessa geometria di un’esistenza, ma c’è sempre una tempesta im agguato che può strapparlo e dissolverlo”

Ci sono momenti – mi trovai a convenire – che bisogna allontanarla la parola “addio”. Mentre non capivo per quale ragione quella parola mi sfiorasse la mente, me lo ripetevo: ci sono momenti che bisogna allontanarla, specie quando ti accorgi che il mondo è lì, apparentemente smemorato e distratto nella sua innocenza, chissà per quale inaspettato stato di grazia, dopo tante peripezie; è lì che cerca di fare le cose semplici e come si deve, tirando fuori la punta della lingua, come mia madre, e tenendo la mano ferma sul pennellino, perché un punto d’azzurro gli riesca bene.

Tu potresti dire che la troppa intelligenza non è un male. Lo è, invece, quando il cervello è padrone troppo avido e arrogante, che si prende tutto, deruba i sensi e li lascia vuoti come arselle. Così un disgraziato può provare, emozioni, odio, amore, ma siccome non li vive coi sensi, non li può esprimere, non può servirsene per comunicare…

Potrei stare a spiegarti per ore le varianti dell’Alzheimer, farti diagnosi parziali e incrociate, per tentare una diagnosi completa. Ma tu non capiresti, e non servirebbe a niente… Dovrei insegnare proprio a te di cos’è capace quello che hai definito, il dio che si annida nel cervello, a volte impietoso, a volte clemente? I suoi comandamenti si smentiscono di continuo.

Il matrimonio è un innesto: o attecchisce o no.

Il mistero, a volte, sembra capovolgere la realtà, ma basta poco per rimetterla dritta. Dipende da noi.

«Il mistero è anche un piccolo moto d’affetto che si segnala nell’infinito.»

«Vedi garibaldino, io seguivo l’opera e pensavo. Ha ancora senso immaginare l’amore che si prova per una persona, il mio amore per te ad esempio, come un flauto, magico o no che sia? Certo, la tentazione la capisco: perché mandi suono, il flauto deve essere baciato dalle labbra, interpretato con passione, tenuto in pugno, sia pure con delicatezza. E quando l’esecuzione finisce, deposto nella custodia…»

«Lo senti quel silenzio? Al di là del chiasso. C’è il silenzio di quel giorno… Non lo senti come rende ovvie le facce, le chiacchiere, come tutti questi drammi volano via, uno dopo l’altro non lasciano segno, perché dietro c’è il dramma di quel silenzio?»
Fissa un punto, in alto. Chiude gli occhi:
«E’ questo il silenzio che mi lascerò alle spalle, e forse me lo ritroverò subito dopo.»

«Quando moriremo, ricadendo come gocce di pioggia nell’oceano, torniamo nel grande, rilucente mare della vita inorganica, che chiamiamo Dio»
….
«Ma di quel mare può esistere un piccolo lago, o ancor meno, una pozza liquida, nel cuore di un uomo».

…il viaggio a un senso se, a chi lo compie, non importa il “dove”. Non consiste nell’arrivare, ma nell’essere parte, noi stessi, di una distanza con cui riusciamo a vedere le cose con prospettica esattezza; esserne un punto intermedio e cosciente, come un pesce nell’oceano. Se il mondo ha una corazza piena di aculei sulla coscienza non vale la pena di rendergli omaggio esplorandolo da ossequiosi pellegrini, come se contenesse davvero meraviglie.

…Il Liga riproduceva l’apparato genitale nei minimi dettagli. Nel suo tuffarsi tra le cosce appena delineate faceva lievitare “quel respiro che si dipinge” come usava dire. Le grandi labbra pendevano, ai lati della fessura, simili a code di rondine, color polpa rosa del legno. Non andava oltre, il Liga, ma tutto era predisposto per ciò che, in seguito, sarebbe accaduto.
Il tempo e le stagioni avrebbero completato la sua opera d’artista. Ai temporali e alle grandinate il compito di cancellare la patina verginale. Le pigge d’autunno avrebbero pazientemente inciso le rughe che la natura ramifica nel segreto di un corpo femminile. Il gelo degli inverni, oltre che a dilatare la fessura, avrebbe accentuato la tumescenza delle grandi labbra, dando rilievo alle ninfe e al monte di Venere.
E sarebbe cresciuto un muschio che si sarebbe diffuso, adombrando la peluria di un pube.

Titolo: Tu che mi ascolti
Autore: Alberto Bevilacqua
Editore: Mondadori
Collana: Oscar bestsellers
Prezzo: € 9.50
Data di Pubblicazione: Maggio 2006
ISBN: 8804551526
ISBN-13: 9788804551522
Pagine: 219
Reparto: Narrativa > Narrativa contemporanea

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