A che serve il mare?


A cura di Augusto Benemeglio

1. Otranto

Uno dice Otranto col suo mare , il suo castello fantasmico , i suoi ottocento martiri , con le ossa bianche avorio ancora al sole , l’Otranto di Nicola G. De Donno , col mare di sale e vento senza canto, col cielo di cinque secoli di memorie e croci e gracidii di cornacchie , e questo spavento che dura , e il rimbombo di quello schianto…”cosi’ ti sei consumata , mia città , a pelle e chiesa. Ma ogni anno sul ceppo agli ottocento si disarticolano le ossa ed il vecchio cuore del Salento trasporta nella sua anima di vento carmini di memorie ed echi di pianto.

2. Cotroneo

Uno dice l’Otranto di Cotroneo , “ questo , un nucleo piccolo, una stella collassata dove c’è tutto l’universo , dove c’è la vita quotidiana e la storia, dove gli anni non passano e tutto sembra compenetrarsi, dove è facile che i fantasmi ti parlino per le strade e dove tutti sanno di essere in un posto diverso , dove il tempo curva su se stesso , non è una retta, e curvando si richiude.Puoi passare da Otranto e non accorgerti di nulla , perché non sei stato capace di vedere oltre le apparenze ; ma se entri nel tempo fermo di questa città allora capisci che soltanto qui tutto è possibile.”

3. Santini

Uno dice Florio Santini , e rivede la sua casa “orientale” affacciata sul porto di pietra , accanto al muro d’ossa , e i pescatori che giocano a carte con Siou Wan , i sorrisi , i gesti , la voce sonora della principessa vietnamita- francese, che fumava il sigaro toscano nascosta dietro la siepe della torre del Serpe, spina di pesce , scaglia della storia erosa dal vento , e la parata delle levatrici del sole, a est di est, le più orientali d’Italia , che cantano il miracolo dell’aurora. Bruciano il tuo nome, Otranto, città di rose rosse e miele , e la tua fiamma è ancora alta sul muro alato, strappato sulla torrida corona dell’ombra , gettata in faccia ai turchi come un guanto di vento.

4. Carmelo Bene

Uno dice il Carmelo Bene di “Nostra Signora dei Turchi”, con il sole tramontante che insanguinava i gioielli del suo viso di Santa , gocciante come una melagrana appena aperta , illuminata da un altro sole dell’ occidente , e poi le vele gonfie di mezze lune , il salmastro , le case circostanti come benda bianca buttata via, impigliata qua e là tra i palmizi , riadoperata dal vento di ponente che ne fa un parapetto , un belvedere , premiando la pineta inginocchiata… Riecco l’assedio , il paese bianco, l’odore di calce , l’estate prematura e i turchi che dormono dentro gli smeraldi nelle culle di una pazienza nuova e insospettata, infedeli anche a se stessi,disimpegnati, finalmente sottratti a quel loro ufficio di crudeltà inattuale, attendere evitando i rubini della strage…. Intanto le vele bianche fanno solchi d’argento nell’acqua blu , e uomini in costume con un pernod tra le mani , gli alberi e i gatti che passeggiano sul viale dei tigli di Otranto . Ora l’esercito dei turchi , è tutto nelle mani di lei, la Signora , e tutto nei suoi occhi diventava una triste flottiglia di lampare che fatica nel mare quotidiano . Gobbe e arcate , cammelli morti in piedi, spaventati al deserto del mare infinito. “ Non voglio vedere più nulla. Basta, questa è la fine della luce, questa è la fine della visione”. Questa è l’Otranto di Carmelo Bene, che amò fino all’ultimo respiro . Il testo non significa nulla perché non significa là, dove si aspetta ( è contro ogni aspettativa), ma significa altrove, sconvolto da passaggi erranti e peregrinazioni. verso l’alba, e tutte le mattine profumano di Otranto.

5. Gallipoli

Uno dice Torre Suda di Racale “con le ville vestite d’Arlecchino/le ragazze fasciate di freschezza/ la torre a guardia di preziosi scogli: / t’affacci dal balcone dell’azzurra /litoranea sul pastoso Ionio.
Uno dice Gallipoli , quel mare trasparente . Quel mare enorme , senza fine, con una linea netta di orizzonte. Quel mare di barche, reti, nasse, conzi pescherecci che s’abbracciano , che stanno uno addosso all’altro , come cuccioli infreddoliti o amanti disperati , pescherecci che vanno e vengono in quell’enorme strada azzurra , a volte piatta e calma, a volte mossa e piena d’onde paurose.
Uno dice il mare , la lotta dell’uomo contro la natura , il pane – anzi il pesce – quotidiano . Il mare è anche il volto dei pescatori , scuro fondo rigato dalle fatiche e dal sole. Qui è Palestina. Ritrovi Pietro e gli altri apostoli di Cristo, tutti pescatori.
Il mare di Gallipoli è il colle dell’infinito , per molti di noi , ma con una linea d’orizzonte che si sposta sempre più in là , dove uno non immagina soltanto “interminati spazi e sovrumani silenzi” , ma li naviga e li vive davvero , e non naufraga – ahimè – solo con il pensiero.

6. A che serve il mare?

Sì, vabbè , ma a che serve il mare ? , mi fa Giulio Angioni, Io sto qui, lui sta lì. Non ci diamo fastidio il mare e uno come come. Poco ma sicuro. Acqua che non serve, tanto che uno si arrabbia per lo spreco di salato , quando in terra ne scende e scorre troppo poca, di acqua buona. Ma non è troppo veramente l’acqua in mare? Io l’ho pensato già la prima volta che l’ho visto, avrò avuto tre anni e troppa voglia di vederlo, mamma mia, quanta ce n’è! Un mondo d’acqua, un mondo intero. Troppo grande e profondo il mare.Troppa acqua: non ne vedo il senso, io. E Lei? Serve, dice lei. A me non è servita mai. Forse per farmi compagnia, di notte nel silenzio. Ma per questo le capre sono meglio.Visto da qui il mare è una cosa che si perde, si confonde col cielo , si disperde nell’aria , si riduce a un’idea da mettere sul foglio: un foglio è il suo luogo delle idee. Come idea , bè , quello di idee ne fa venire, il mare, per com’è grande e tutto a modo suo , con pochi segni d’uomo”.

7. Ines Serra

A che serve il mare?, -lo chiedo a Ines Serra, pittrice, giovane e bella tavianese laureata all’Accademia delle Belle Arti di Lecce, che in tutte le sue opere mette al centro “Mancaversa” ,il “suo” mare, dove ritrova la storia di Ulisse Calipso
Non lo so. Ulisse portava l’isola in se. Anch’io se mi specchio in quel mio piccolo mare , vicino alla torre Pizzo, mi rivedo isola, vedo i contorni sulla tela gigante di uno sfondo marino: ho rive di sabbia abbaglianti, impervie scogliere e coralli affioranti. Ho lagune di calme apparenti, correnti contrarie e rifugi nascosti. Quando cammino sulla riva di questo mare potrei proseguire per ore ed è l’unico caso in cui non penso a un altrove. E’ come un destino .
Ma Calipso dice a Ulisse di rompere con il destino, che deve uscire di strada e lasciarsi affondare nel tempo, altrimenti andrà ramengo per l’eternità. Che significato ha avuto finora tutto il suo errare inquieto?
Io non sono Odisseo , abito là, sulla spiaggia interiore del mondo; sui miei passi che non lasciano segni mi concedo effusioni col respiro del mare. E’ un affanno leggero di carezze e parole, che mi prende per mano e non so raccontare. Non so a che serve, ma amo immensamente il mio piccolo mare. Quel che cerco , ce l’ho nel cuore, l’antica Messapia, terra fra due mari.

Augusto Benemeglio
Roma, 16 agosto 2014

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *